Articolo del 24-03-2011

Fino ad ora un nemico da combattere ed ora un alleato prezioso: questo è come appare il profilo di Facebook alle istituzioni europee.
Da un lato ci si indigna per alcune scelte a dir poco libertine operate dal provider sulla privacy, come la volontà di rendere pubblico l’indirizzo ed il numero di telefono degli utenti e la UE corre ai ripari obbligando l’azienda americana ed i suoi servizi a sottoporsi alle restrittive leggi europee sulla protezione dei dati. D’altro canto, Facebook diventerà uno strumento di controllo da parte dell’Agenzia delle Entrate per la lotta all’evasione fiscale.
C’è qualcosa che non va e chiaramente i conti non tornano: come è possibile combattere e punire chi spinge in modo più o meno subdolo a scambiare dati privati liberamente sul Web, se poi quegli stessi dati sono fonte di informazione per le istituzioni pubbliche?
Forse si è giunti al bandolo della matassa, per tutti coloro che affermavano a voce altisonante che Facebook non poteva essere ritenuto uno strumento di controllo. Lo è, invece, ed è tale a tutti gli effetti e la decisione dell’Agenzia delle Entrate ne è la conferma. La domanda a cui bisogna rispondere è scioccante: perché l’Agenzia delle Entrate dovrebbe usare uno strumento come Facebook, se non fosse proprio per la sua grande capacità di informazioni che può offrire?
Una foto di una villeggiatura in un posto da favola, l’immagine o un video della nuova automobile, alcune informazioni su accordi, appalti, lavori acquisiti e di cui si vuole fare pubblicità, per orgoglio e per esprimere la propria bravura, non susciteranno più solo l’invidia degli amici, ma interesseranno maggiormente la task force che secondo Attilio Befera, direttore delle Entrate, scandaglierà il noto social network fin nei suoi meandri.
La curiosità sarà in questo caso diversa da quella espressa da parte di un amico, poiché la task force si domanderà: come fa il sig. Rossi ad andare alle Bahamas con la famiglia se possiede un reddito dichiarato di 7000 €? E perché il sig. Bianchi scrive: “Durissima giornata di lavoro, quando arrivano le ferie?” se risulta disoccupato? E da qui nasceranno tutta una serie di dubbi sulla veridicità delle dichiarazioni al fisco. Dubbi leciti, visto che sembra davvero impossibile avere un reddito di poco più di 500€ al mese e potersi concedere una vacanza in uno dei posti più esclusivi del globo. Eppure, molti sono gli italiani che lamentano fame e poi cambiano autoveicoli, acquistano pellicce ed altri beni di lusso, magari vantandosene con gli amici proprio su Facebook.
L’invenzione di Zuckerberg diventa uno strumento di controllo in tutto e per tutto e c’è anche chi denuncia di essersi trovato la casa svaligiata dopo aver usato la funzione di geotagging, ma, indipendentemente che si tratti di una urban legend o di una triste verità, questo racconto tradisce una realtà innegabile: Facebook è un po’ un Big Brother della nostra epoca.
Le ragioni di questa opinione sono da ricercare proprio nelle radici ed ancora di più nel regolamento imposto dagli amministratori di Facebook ai nuovi iscritti: chi mai si è fermato davvero a leggere i termini di sottoscrizione del servizio?
Eppure, questi tradiscono l’incredibile funzione di raccolta ed immagazzinamento dati della piattaforma, di cui l’Agenzia delle Entrate vuole approfittare per i suoi scopi di indagine.
Il regolamento connota alla perfezione Facebook e lo differenzia da altri social network: ad esempio, è fatto obbligo di inserire dati veritieri sulle proprie generalità, mentre tutti gli altri social e le altre community consigliano l’uso di un nickname per interagire con gli altri membri. Questo impedisce di nascondere la propria identità a chiunque e Facebook è diventato così più forbito degli elenchi telefonici cartacei. Così, giusto per capire la potenza di questo obbligo, si provi a cercare una persona con il suo nome e cognome su Facebook e poi lo stesso utente lo si provi a cercare su Twitter, su YouTube, su eBay o su MySpace: la ricerca sarà molto più dura in questo secondo caso ed a volte non si perverrà neanche ad un risultato, nonostante l’utente sia presente sulle altre piattaforme, ma con un nickname, in grado di proteggere la sua privacy.
Il secondo obbligo imposto da Facebook è l’inserimento di una foto del viso originale, mentre le altre community, comprese i forum, consigliano un avatar. In questo modo il sistema e chi agisce su esso ha la possibilità di collegare immediatamente il viso alle sue generalità, per essere ancora più certi dell’esistenza della persona.
Infine, il social ci invita, in modo anche pedante, ad inserire numeri di telefono, istituti frequentati, gusti ed orientamenti politici e religiosi, datori di lavoro e via discorrendo, mentre le altre piattaforme invitano gli utenti a tener celati dati sensibili di questo genere. Senza poi tenere conto dei test, dei giochi e delle applicazioni, che chiedono l’accesso ai dati e profilano ancora meglio l’utente, scoprendo cosa legge, che musica ascolta, cosa mangia ecc.
Ed ecco fatto: un utente appena iscritto è completamente schedato e si è creato una sorta di carta d’identità virtuale sicuramente molto più completa e specifica di quella cartacea che ognuno ha nel proprio portafogli. Ed il bello è che nessuno si rende effettivamente conto di offrire una profilazione così completa di sé e dei propri interessi. Inoltre, sarebbe davvero curioso capire quanti dei milioni di iscritti su FB sarebbero disposti a fornire una mole così ingente di dati ad esempio al catasto, al fisco, al proprio comune oppure al censimento ISTAT che verrà proprio effettuato quest’anno.
La reazione sarebbe di sfiducia e qualcuno sarebbe portato a chiedersi come mai ci sia questo interesse per così tante informazioni, ma su Facebook nessuno si pone domande ed il motivo è uno solo: su FB ci si sente a casa, fra “amici” e nessuno ha timore di dare il proprio numero di telefono ad un amico o di mostrargli la nuova automobile appena acquistata. Ed il sistema è tale che ogni utente ne porta altri con sé, coinvolgendo parenti ed amici nella grande famiglia di Facebook: così si creano nuovi profili, nuove informazioni salienti lasciate a chissà chi e chissà per quale scopo.
E per chi non dichiara il vero, vi sono le punizioni, a volte inflitte dagli utenti stessi attraverso strumenti a loro forniti come il Segnala/blocca questa persona o il Rimuovi dagli amici. Si infligge il ban dalla comunità o la sospensione dell’account, in quanto si sono pubblicate foto non veritiere o dati non corrispondenti, insomma non si è stati sufficientemente bravi nel contribuire ad una base di dati immensa, che offre uno sguardo completo della popolazione, italiana in primis e mondiale poi, molto più di quanto sia capace di fare un censimento mondiale.
E’ proprio a questo sguardo, a questo occhio che si vuole affidare l’Agenzia delle Entrate, perché “l'80-90% degli italiani considera l'evasione un danno per tutti”, come afferma Befera, e quindi diviene necessario trovare una soluzione.
Lo stesso Marco di Capua, direttore vicario dell’agenzia delle Entrate, ha evidenziato che “al di là della figura un pò mitica da Grande fratello, c'è attenzione al reddito consumato ed ogni strumento che possa condurre ad avere informazioni viene usato, si chiami Facebook o sia un registro o l'iscrizione a un circolo esclusivo. L'ottica rimane quella di focalizzare l'attenzione su come il soggetto spende, non per il fatto che spende ma per vedere se ha dichiarato”.
Da queste parole è chiaro che le stesse autorità riconoscono in Facebook un mezzo di intelligence per individuare livelli di vita nascosti ed è chiaro che Facebook è il mezzo migliore, perché obbliga alla verità: come sarebbe possibile riconoscere un evasore nei 140 caratteri frammentari di Twitter?
Ovviamente non bisogna dipingere il diavolo più nero di quel che è.
Il problema non è nel mezzo di per sé, ma nell’uso che se ne fa: è vero che FB possa essere alquanto invadente, ma è vero anche che sono gli utenti a permettere alla piattaforma di esserlo nelle proprie vite, passando ore ed ore della propria esistenza a chattare, a caricare fotografie, a scrivere cosa si fa, cosa si vorrebbe fare, cosa non si vuole fare, dove si va e perché ed a dichiarare al mondo “A cosa stai pensando?”.
Insomma, un mezzo non può mai essere buono o cattivo di per sé, ma lo si rende tale con l’assurda necessità di doverlo usare anche per raccontare particolari intimi, che non appartengono a Facebook, ma alla propria sfera privata.
E su questi dati, in modo giusto o ingiusto, l’Agenzia delle Entrate ha deciso di mettere il proprio zampino, per contrastare i numeri mortificanti dell’evasione fiscale, che ogni anno colpisce duramente il Belpaese e la sua brava gente.
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